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:: Speciale Colombia 2008 ::

La vicenda della liberazione delle due prigioniere, decretata unilateralmente dalla FARC, riapre uno spiraglio alla speranza, ma scatena una feroce polemica che attinge direttamente ai veleni della guerra psicologica. Nel palazzo di governo di Bogotà si annidano –senza eccezione- solo falchi, che fanno fatica a simulare interesse per soluzioni negoziate. Sono costretti a far buon viso e cattivo gioco, ma sperano di tornare presto a brandire apertamente l'ascia di guerra.
Ma il clima in tutto il continente è cambiato e anche in Colombia sono maturati tempi nuovi.



Guerra, pace e narcodollari


di Tito pulsinelli per Selvas.org


23 gennaio 2008


Foto di Simone Bruno©



La ferrea alleanza tra la Colombia e gli Stati Uniti rappresenta l'unità di intenti tra il primo
produttore mondiale di cocaina e il primo Paese importatore, nel nome dei superiori interessi comuni fondati sulla narco-economia. Se la militarizzazione non ottiene la diminuzione della produzione, la colpa è degli altri Paesi che non fanno abbastanza per chiudere le infinite "vie di transito" della cocaina. Se i governi di Washington non riescono a frenare il numero crescente di consumatori endogeni, la responsabilità ricade sempre ed ugualmente sugli "altri".
La teoria preferita recita che non ci sarebbe consumo se non ci fosse produzione, ma è valido anche il contrario. Che dire, però, quando produzione e consumo formano una coppia inseparabile sposata ad una medesima causa?


Il bilancio annuale della Colombia sacrifica un incredibile 5,5% alle spese militari, ma la cocaina seguita ad essere il prodotto di punta delle sue esportazioni, e l'economia criminale mafiosa sovrasta quella legale. I fondi addizionali provenienti dagli Stati Uniti, non riescono a incidere significativamente nella guerra "anti-droga". Eppure sono copiosi, e collocano il paese sudamericano immediatamente alle spalle dell'Iraq e di Israele, cioè tra i beneficiati di serie A.
I portavoce ufficiali dei due governi, ultimamente scaricano la responsabilità di questi insuccessi sulle "narco-guerrillas": sono loro che coltivano, raffinano, contrabbandano, e poi lavano i denari in posti che –chissà perchè- non vengono mai identificati. I narcos si sono dissolti nel nulla, estinti, apparterrebbero all'epoca romantica e lontana dei "cartel" capitanati dal mitico Pablo Escobar. E' credibile?


La Colombia si avvia al compleanno numero sessanta della guerriglia che ora si denomina FARC, senza aver trovato la formula per porre fine ad una guerra civile sorta sulle ceneri di Jorge Eliécer Gaitán, leader popolare che stava arrivando alla presidenza della repubblica.
L'alternanza bipartirtista tra liberali e conservatori, garanzia degli interessi dell'oligarchia e delle elites blindate, dall'ombra armò la mano dei sicari che fulminarono Gaitán e la speranza della plebe. Tuttora relegata ai margini di una società chiusa. Sessant'anni che si aggiungono al secolo di sangue immortalato dalla penna Garcia Marquez.
 

:: Esclusiva TELESUR e VTV ::
Dalla selva a Caracas:
LIBERAZIONE DI CLARA E CONSUELO


10 gennaio 2008

La scia di lutti, distruzione ed esodi non è riuscita ad imporre l'evidenza che non c'è soluzione militare alla guerra civile. La morte di ogni guerrigliero costa 5 miliardi di pesos all'erario publico (1), con il risultato di allungare la catena della vendetta e dell'odio atavico. Questo è il concime che alimenta l'approvazione dei bilanci straordinari e dei fondi speciali, che configurano il ciclo economico della guerra interna, indispensabile ai settori militari e paramilitari per scalare posizioni nell'ermetica gerarchia colombiana.
 
La strategia militare del governo di Bogotà -la "sicurezza democratica"- si è abbattuta senza pietà contro i civili delle zone rurali, svuotandole di due milioni di abitanti che si sono riversati nelle periferie urbane e oltrefrontiera.
 Gli sfollati hanno lasciato alle spalle sei milioni e mezzo di ettari di terre, che ora appartengono ai pretoriani militari o paramilitari, cioè alle due componenti che hanno dato corpo alla formula repressiva.
Tuttavia, questa combinazione di forze si dimostra inadeguata a conseguire l'obiettivo principale: non è possibile eliminare militarmente le guerriglie.
 
Inoltre, la pacificazione patrocinata dal Presidente Uribe, si è risolta in una sorta di generoso indulto generalizzato concesso alle bande dei paramilitares: massimo otto anni di carcere per qualsiasi tipo di crimine perpetrato. Sulle proprietà illegalmente acquisite, sulle cariche politiche ottenute con le armi spianate -dal livello comunale al regionale, fino al senato o all'entourage intimo di Uribe- deve calare la coltre dell'oblio. L'oblio delle vittime, non quello dei carnefici, perchè non sono previste riparizioni e risarcimenti alle famiglie dei massacrati.
Uribe non usa lo stesso metro di valutazione, nè si inclina ad una analoga comprensione con l'opposizione armata di sinistra. La struttura paramilitare si è preservata come una componente indispensabile alla stabilità del regime, ed ora agisce nella semiclandestinità.


Foto di Simone Bruno©


L'endemico conflitto sociale non risparmia nessun segmento della società, è strutturale ed attraversa i tempi e gli spazi della socialità quotidiana. Il manicheismo non aiuta a dare una risposta che sia utile a rendere più vivibile ed umana l'esistenza.
Il difetto, evidentemente, sta nel manico, cioè in un Paese che si è adagiato e convive con la dualità dei poteri: due economie, vari eserciti, Stato arcaico con ridotta sovranità e un anti-Stato con basi regionali.
La Colombia è come la pelle del leopardo, ed è comune dire che a sud, l'Ecuador confina con la FARC.
La pace, sarebbe innazitutto il transito delle istituzioni verso la modernità.
 
La vicenda della liberazione delle due prigioniere, decretata unilateralmente dalla FARC, riapre uno spiraglio alla speranza, ma scatena una feroce polemica che attinge direttamente ai veleni della guerra psicologica. Nel palazzo di governo di Bogotà si annidano –senza eccezione- solo falchi, che fanno fatica a simulare interesse per soluzioni negoziate. Sono costretti a far buon viso e cattivo gioco, ma sperano di tornare presto a brandire apertamente l'ascia di guerra.

Per ora, le difficoltà giudiziarie del regime uribista, organicamente coinvolto con i paramilitari, l'ingresso al TLC osteggiata dai democratici e la crescente mobilitazione trasversale dei colombiani stanchi di guerra, hanno obbligato i falchi a questo passo indietro.
 
La mobilitazione rispecchia una contrapposizione tra due schieramenti sociali, dove si fronteggia il passato e il futuro, e due progetti-Paese. I falchi rappresentano la continuità del sistema di potere neo-coloniale dell'oligarchia, narco-economia, militari –rassegnati come gemelli siamesi al vassallaggio con Washington- cui è storicamente indispensabile la guerra interna.
Dall'altro lato, si profila la confluenza degli esclusi permanenti dal sistema: le periferie, i contadini, operai, indigeni, ma anche parti della classe media e dei settori produttivi esterni ed opposti alla narco-economia.
Questo fronte che si sta schierando è la novità dirompente, non appare come forza transitoria, ma si attesta come un protagonista con cui i politici e le diplomazie dovranno fare i conti.
 
La liberazione dei prigionieri è il primo passo indispensabile tra due forze che si combattono con le armi. Altri ne dovranno seguire, innovativi, lontani dalla ripetizione di vecchie formule già fallite. E' impensabile riproporre la smobilitazione e il reinserimento individuale dei guerriglieri, non fose altro perchè qualche decennio addietro quelli che vi si avventurarono furono scientificamente annichiliti.
E' ancor fresco nella memoria il ritorno alla vita civile e politica di insorti che poi formaro il partito Unidad Patriotica, e passarono direttamente dalla lotta politica pacifica alla quiete dei cimiteri.
 


In un conflitto, quando nessuno dei contendenti riesce a soggiogare l'altro, la soluzione più conveniente ad entrambi è l'accordo politico. Se gli uni non riescono a conquistare il Palazzo d'Inverno e agli altri è impossibile polverizzare il "terrorismo", è evidente che si impone l'abbandono dell'intransigenza. La guerra medievale dell'assedio permanente ai castelli è la più stolta e onerosa, soprattutto per i civili.
L'anacronismo colombiano riesce a far sopravvivere le eccezioni, quando la via guerrigliera alla conquista del potere politico è stata accantonata su scala coninentale, e quando la "guerra di bassa intensità" e la "terra bruciata" si sono dimostrate inefficaci in Guatemala, in Salvador e in Nicaragua.
 
Sono maturati nuovi tempi, di cui le elites bogotane non sembrano avvedersi. Tempi in cui le coalizioni sociali mantenute ai margini sono pervenute al governo a Caracas, La Paz, Quito, Managua, Buenos Aires e Brasilia. Con la via elettorale e con lo strumento della Costituente che riscrive il patto sociale e le regole del nuovo Paese.
Ma loro sono ferocemente ostili ad ogni cambiamento, e sono convinti di evitarli –come da tradizione- con la guerra interna permanente e le sovvenzioni imperiali. Sanno che Washington ha sempre creduto che in America latina per evitare le rivoluzioni bisogna stroncare sul nascere ogni riformismo.
Ultimamente anche l'Unione Europea, strattonata dai neofranchisti spagnoli e dal Partito Popolare, sembra adagiarsi su questa lunghezza d'onda.
 
In Venezuela vivono quasi cinque milioni di colombiani e discendenti, e vi approdano tutti gli sfollati che non vogliono trovarsi più nel fuoco incrociato tra esercito, guerriglia e paramilitari. E' anche il primo mercato per le esportazioni colombiane.
Ha tutto il diritto e i titoli per pronunciarsi ed adoperarsi per la fine delle ostilità nel vicino Paese, perchè è il primo a pagarne le conseguenze, in vari modi. Anche con la diffusione del "crack"  tra i giovanni.
Con ragione ripete all'infinito che la pace in Colombia è la pace del Venezuela.
Il riconoscimento come "forza belligerante" alle guerriglie fa a pugni con la maniacale dottrina "antiterrorista" di Bush, ma è il gradino obbligato per arrivare all'applicazione della Convenzione di Ginevra. In questo modo, le parti in conflitto sarebbero obbligate a liberare tutti i prigionieri civili, e successivamente scambiarsi i rispettivi ostaggi militari. E' la strada che venne percorsa in Centroamerica.
 
Sono del tutto fuori luogo, pertanto, le accuse di fiancheggiamento con la "narco-guerriglia" disseminate dal comandante del fronte-sud del Pentagono durante la sua visita in Colombia. E' proprio lì che si trovano gli irriducibili nemici della pacificazione e della rinascita colombiana.
Stanno costruendo tre basi militari a ridosso della frontiera venezuelana, più che mai preziose dopo che l'Ecuador di Rafael Correa ha notificato la chiusura della base di Manta.
 
E' opportuno domandarsi, pertanto,  perchè occultano il bilancio negativo del Plan Colombia e perchè il fiume di dollari investito per fini militari non ha sconfitto la FARC nè l'ELN, e neppure ha frenato l'esportazione di cocaina. Impotenza verso le bande dei "narcos" ed impossibiltà di eliminare la più antica guerriglia del continente.
E' singolare come le guerre in Afganistan e in Colombia non riescano a mettere il guinzaglio ai produttori di droga. Dopo l'evaporazione del petro-dollaro, la botta secca alle due maggiori banche, è in bilico anche l'egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Il narco-dollaro, lungi dall'essere un semplice surrogato, diventa una leva potente per la captazione di capitali lavati e stirati.
 
Per ultimo, la geopolitica imperiale ha sempre manovrato per evitare che il blocco sudamericano gli contendesse il monopolio della bi-oceanità, cioè il vantaggio strategico di affacciarsi sia sul Pacifico che sull'Atlantico. Ad impedirlo non è stata solo la cordigliera delle Ande, ma l'intervento sistematico per far fallire la confederazione sudamericana, per disintegrare la federazione centro-americana e per dissolvere la Grancolombia sognata da Bolivar.
Attualmente, la coperazione tra il Venezuela e la Colombia determinerebbe la conformazione di uno spazio bi-oceanico, con economie complemetari, che potrebbe facilmente arrivare ai cento milioni di abitanti. Una grande area che al nord del Sudamerica bilancerebbe la massa del gigante brasiliano, costituendo un contrappeso di equilibrio positivo per il blocco sudamericano in gestazione.
 
L'iniziativa diplomatica venezuelana per lo "scambio umanitario" si rafforzerebbe con il coinvolgimento del Brasile, Argentina, Bolivia ed Ecuador che hanno espresso la piena disponibilità. In tal modo, la manovra diplomatica sfuggirebbe alla ridotta dinamica binazionale, acquisendo la rilevanza e il respiro di obiettivo regionale del blocco sudamericano.


(1) senatrice Piedad Cordoba



Tito Pulsinelli.
Analista geopolitico, ha pubblicato numerosi testi sulla realtà latinoamericana per l'Osservatorio Indipendente Selvas.org e per molte testate latinoamericane.

E-mail : redazione@selvas.org


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Ulises Ruiz Ortiz